
Ora che vediamo meglio il sistema, dobbiamo capire come governarlo
Nel primo articolo dedicato ai dati turistici del Sulcis Iglesiente 2025 abbiamo provato a rispondere a una domanda apparentemente semplice: quanto sta crescendo il turismo nel territorio?
I numeri hanno restituito una risposta positiva: 195.878 arrivi, 686.823 presenze, una crescita rispetto al 2024 e alcuni segnali interessanti sia sul mercato internazionale sia sulla capacità di generare permanenza.
Ma l’analisi ha fatto emergere anche qualcosa di più complesso.
Il 2025 non rappresenta soltanto un anno nel quale sono aumentati i turisti. È anche l’anno nel quale abbiamo iniziato probabilmente a vedere con maggiore precisione quanto è grande realmente il sistema ricettivo del Sulcis Iglesiente.
Ed è da qui che bisogna ripartire.
Perché l’introduzione del CIN – Codice Identificativo Nazionale ha contribuito a rendere visibili strutture, appartamenti e immobili destinati alla locazione turistica che in precedenza potevano non comparire pienamente nelle statistiche ufficiali.
La disciplina nazionale del CIN è diventata effettivamente operativa tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025; il Ministero del Turismo indica espressamente tra le finalità della Banca Dati Strutture Ricettive anche il coordinamento delle informazioni e il contrasto alle forme irregolari di ospitalità.
Questo significa che davanti all’aumento delle strutture ricettive dobbiamo fare una distinzione fondamentale:
non tutta l’offerta comparsa nelle statistiche del 2025 è necessariamente nuova offerta turistica. Una parte è offerta che esisteva già e che oggi è diventata maggiormente visibile, censita e regolarizzata.
Ed è proprio questa nuova fotografia a rendere ancora più interessante la domanda successiva:
ora che conosciamo meglio la dimensione della nostra capacità ricettiva, quanto siamo capaci di trasformarla in turismo, permanenza e valore per il territorio?
Il 2025 non racconta soltanto una crescita: racconta un’emersione
Tra il 2024 e il 2025 le strutture ricettive censite nei 24 Comuni del Sulcis Iglesiente passano da 3.024 a 3.831, con un incremento del 26,7%.
I posti letto passano da 18.713 a 23.834, con una crescita del 27,4%.
Se ci limitassimo a osservare questi due numeri, potremmo concludere che in dodici mesi il territorio abbia creato oltre 800 nuove strutture e più di 5.000 nuovi posti letto.
Sarebbe però una lettura troppo semplice.
La componente che cresce maggiormente è infatti proprio quella riconducibile alla ricettività privata. La sola categoria statistica degli “altri alloggi privati” passa da 2.611 a 3.369 attività: 758 unità registrate in più.
Significa che questa singola categoria spiega circa il 94% dell’incremento netto del numero complessivo di strutture rilevato tra i due anni.
Non possiamo affermare che tutte queste 758 unità fossero precedentemente irregolari: una parte può certamente essere costituita da nuova offerta realmente entrata sul mercato.
Ma la coincidenza temporale con l’entrata a regime del CIN e la fortissima concentrazione dell’aumento negli alloggi privati suggeriscono che l’emersione amministrativa e statistica abbia avuto un peso rilevante.
Il CIN, quindi, non ha necessariamente creato migliaia di nuovi posti letto.
Ha contribuito a rendere più leggibile un mercato che, in parte, esisteva già.
E questa è una differenza essenziale per interpretare correttamente il turismo del Sulcis Iglesiente.
Il CIN migliora la fotografia, ma il sommerso non scompare automaticamente
L’emersione rappresenta un passaggio positivo.
Una maggiore conoscenza del sistema significa più trasparenza, maggiore capacità di programmare, dati migliori e condizioni più corrette per gli operatori che rispettano gli obblighi.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che l’introduzione di un codice identificativo abbia eliminato completamente il fenomeno dell’ospitalità non dichiarata.
Nel territorio continua verosimilmente a esistere una quota di seconde case, appartamenti e forme di ospitalità che non entra ancora pienamente nel sistema ufficiale.
Quanto sia grande questa componente non possiamo determinarlo con i dati attualmente disponibili.
Ed è importante dirlo.
Perché una destinazione turistica dovrebbe conoscere non soltanto quanti alberghi o B&B possiede, ma anche quanta capacità immobiliare viene realmente utilizzata per finalità turistiche.
Quante seconde case vengono commercializzate? In quali mesi? Attraverso quali piattaforme? Con quale livello di occupazione? Quali Comuni presentano maggiore concentrazione? Quanto valore economico viene generato?
Il CIN costituisce quindi un importante passo in avanti, ma il lavoro sui dati deve continuare.
Il tema non è soltanto fiscale o amministrativo.
È un problema di destination intelligence: se non conosciamo la reale dimensione dell’offerta, diventa molto difficile programmare mobilità, servizi, promozione, eventi, gestione dei flussi e sviluppo territoriale.
Una destinazione composta soprattutto da micro-ricettività
La fotografia del 2025 è molto chiara.
Il Sulcis Iglesiente dispone di 3.831 strutture ricettive e 23.834 posti letto.
Ma ciò che conta maggiormente è capire come è composta questa capacità.
Gli alloggi privati rappresentano circa il 90,9% delle strutture ricettive provinciali e concentrano circa il 65,7% dei posti letto.
Il comparto alberghiero conta invece soltanto 58 strutture e 2.930 posti letto.
Un altro indicatore aiuta a comprendere il fenomeno: una struttura ricettiva del Sulcis Iglesiente dispone mediamente di 6,22 posti letto, mentre la media della Sardegna è di circa 8,82.
La nostra offerta è quindi numerosa, diffusa e capillare, ma anche fortemente frammentata.
Non è necessariamente uno svantaggio.
La ricettività diffusa può diventare un elemento molto coerente con un territorio composto da piccoli centri, coste, isole, aree rurali e borghi.
Può distribuire il reddito, recuperare patrimonio immobiliare esistente e portare visitatori anche dove difficilmente nascerebbero grandi strutture alberghiere.
Ma una rete composta da migliaia di piccoli operatori genera anche nuove esigenze.
Servono standard qualitativi, informazione, digitalizzazione, formazione, servizi condivisi, commercializzazione, collaborazione con le esperienze locali e soprattutto una struttura capace di mettere in relazione una moltitudine di soggetti che singolarmente hanno poca capacità di incidere sul mercato.
Il problema, quindi, non è la piccola dimensione.
Il problema nasce quando piccola dimensione significa isolamento.
Dall’offerta alla domanda: il peso del Sulcis diminuisce progressivamente
A questo punto possiamo incrociare la capacità ricettiva con i flussi.
Ed emerge probabilmente uno dei dati più interessanti di tutta l’analisi.
Nel 2025 il Sulcis Iglesiente rappresenta:
- il 7,35% delle strutture ricettive della Sardegna;
- il 5,18% dei posti letto;
- il 3,79% degli arrivi;
- il 3,13% delle presenze.
La sequenza è molto chiara:
7,35 → 5,18 → 3,79 → 3,13
Più passiamo dalla disponibilità dell’offerta alla domanda effettivamente registrata, più diminuisce il peso del territorio sul sistema turistico regionale.
Attenzione: questo dato non consente di affermare che il 40% dei posti letto sia vuoto o che le strutture siano sottoutilizzate.
Per misurare correttamente l’occupazione servirebbero le giornate-letto effettivamente disponibili, i periodi di apertura delle singole strutture e altri indicatori gestionali.
La conclusione che possiamo trarre è diversa e più rigorosa:
il Sulcis Iglesiente possiede una quota della capacità ricettiva regionale superiore alla quota di domanda turistica che riesce oggi a intercettare.
Questo ci sposta definitivamente dalla questione quantitativa alla questione competitiva.
Forse la priorità dei prossimi anni non è semplicemente creare altri posti letto.
È aumentare la capacità di quelli già esistenti di generare soggiorni e valore.
Il vero obiettivo non dovrebbe essere soltanto aumentare gli arrivi
Nel 2025 il Sulcis Iglesiente registra 195.878 arrivi e 686.823 presenze, con una permanenza media di circa 3,51 notti.
La media regionale è invece di 4,24 notti.
È una differenza apparentemente piccola, ma strategicamente enorme.
Facciamo un semplice esercizio teorico.
Se mantenessimo esattamente gli stessi 195.878 arrivi ma raggiungessimo una permanenza media pari a quella regionale, il territorio arriverebbe a circa 830.500 presenze.
Quasi 144.000 pernottamenti in più rispetto agli attuali 686.823.
Non è una previsione e non deve essere interpretata come un risultato automaticamente raggiungibile. È uno scenario utile a comprendere la leva sulla quale possiamo lavorare. Aumentare la permanenza anche solo di una parte di notte può produrre effetti su ristorazione, guide, commercio, musei, aziende agricole, servizi, trasporti ed esperienze.
Questo significa spostare progressivamente il KPI principale:
- da “quante persone siamo riusciti a portare?”
- a “quanto tempo e quanto valore siamo riusciti a generare da ogni soggiorno?”
È una differenza sostanziale. Perché perseguire continuamente nuovi arrivi richiede sempre nuove risorse promozionali.
Convincere chi è già arrivato a trascorrere uno o due giorni in più significa invece moltiplicare il valore della domanda già acquisita.
Per aumentare la permanenza dobbiamo smettere di vendere soltanto luoghi
Ed è qui che arriviamo al punto centrale.
Una struttura ricettiva può vendere una camera o un appartamento.
Una destinazione deve vendere motivi per restare.
Il Sulcis Iglesiente possiede una quantità straordinaria di risorse, ma il turista non acquista una lista di risorse.
Acquista esperienze, itinerari, servizi, facilità di spostamento, tempo ben utilizzato.
Se un visitatore sceglie una località costiera e dopo due giorni ritiene di avere già esaurito le principali motivazioni di viaggio, difficilmente la disponibilità di migliaia di altri posti letto cambierà la durata della sua vacanza.
Per aumentare la permanenza dobbiamo quindi collegare ciò che oggi spesso comunichiamo separatamente.
- Il mare deve portare verso l’interno.
- L’interno deve generare nuove motivazioni per chi sceglie il mare.
- I piccoli centri devono entrare negli itinerari.
- Le produzioni locali devono trasformarsi in esperienze.
- Lo sport deve diventare prodotto turistico.
- I percorsi devono diventare prenotabili.
- La cultura deve entrare nei pacchetti.
È questa la differenza tra possedere risorse turistiche e organizzare una destinazione.
Dal mare ai cluster: costruire motivazioni di viaggio riconoscibili
La costa e il mare rimangono inevitabilmente uno degli asset più forti del Sulcis Iglesiente.
Sarebbe sbagliato immaginare una strategia che provi a ridimensionarne il ruolo.
La sfida è differente: utilizzare la forza attrattiva del mare come porta d’ingresso verso un sistema di esperienze più ampio.
La destinazione dovrebbe quindi organizzarsi attraverso cluster di prodotto, capaci di rivolgersi a pubblici differenti, lavorare in stagioni differenti e collegare più Comuni.
Non semplici tematismi da inserire in un sito web, ma veri prodotti turistici con itinerari, operatori, servizi, calendario, pricing, distribuzione e mercati di riferimento.
Escursionismo: il territorio come rete di percorsi
Il Sulcis Iglesiente possiede paesaggi costieri, aree minerarie, boschi, montagne, falesie e territori interni che consentono di costruire un’offerta escursionistica capace di lavorare soprattutto nelle stagioni intermedie.
Il valore non sta soltanto nel singolo sentiero.
Sta nella possibilità di costruire vacanze escursionistiche di più giorni, collegando percorsi, guide, strutture ricettive, transfer, ristorazione e patrimonio culturale.
È esattamente questo tipo di prodotto che può aumentare la permanenza media.
Turismo del vento: trasformare una condizione naturale in prodotto
Kitesurf, windsurf, vela e discipline legate al vento rappresentano un altro cluster con caratteristiche particolarmente interessanti.
Non soltanto perché il territorio possiede località già conosciute dagli appassionati, ma perché questo pubblico può viaggiare anche fuori dai periodi tradizionalmente balneari.
Il caso di Punta Trettu mostra chiaramente come una risorsa naturale possa diventare motivazione specifica di viaggio.
Ma il salto di qualità arriva quando intorno allo spot sportivo vengono costruiti soggiorno, noleggio, scuole, servizi, attività complementari, ristorazione e possibilità di scoperta del territorio.
Il turista non deve venire semplicemente a praticare kitesurf.
Deve avere una ragione per dormire nel Sulcis, muoversi nel Sulcis e consumare altri prodotti del Sulcis.
Cammini religiosi: viaggiare lentamente attraverso il territorio
I cammini rappresentano uno dei prodotti più coerenti con la necessità di distribuire i flussi.
Per loro natura attraversano più territori, generano tappe e richiedono pernottamenti.
Il patrimonio religioso, minerario, storico e identitario del Sulcis Iglesiente può creare percorsi capaci di connettere piccoli centri e aree interne che difficilmente potrebbero competere sulla sola attrattività balneare.
Il cammino è forse uno degli esempi più chiari di come la geografia stessa possa diventare prodotto turistico.
E soprattutto di come il turismo possa generare valore anche nelle comunità più piccole.
Enogastronomia e Carignano: dal prodotto agricolo alla motivazione di viaggio
Il Carignano del Sulcis possiede tutte le caratteristiche per diventare uno dei fili narrativi più riconoscibili della destinazione.
Ma il vino, da solo, non costruisce turismo.
Servono cantine visitabili, degustazioni, paesaggio, ristorazione, produttori, eventi, storytelling e itinerari.
L’obiettivo dovrebbe essere trasformare il Carignano da prodotto conosciuto e apprezzato a motivazione per trascorrere uno o più giorni nel territorio.
Un cluster enogastronomico può inoltre lavorare nei mesi in cui il turismo balneare è meno forte e collegare costa, campagne e piccoli centri.
I piccoli borghi: l’accoglienza come leva di rigenerazione
Nel Sulcis Iglesiente esistono piccoli Comuni che difficilmente raggiungeranno grandi numeri turistici.
E forse non dovrebbero neppure inseguirli.
Il loro vantaggio può essere proprio la dimensione.
Piccoli paesi, patrimonio immobiliare diffuso, ritmi differenti, comunità, tradizioni e prossimità agli attrattori possono diventare una componente complementare della destinazione.
In questi territori la ricettività diffusa, comprese le seconde case regolarizzate e inserite in un sistema professionale, potrebbe diventare un elemento di rigenerazione urbana ed economica.
Non servono necessariamente grandi strutture. Serve costruire accoglienza.
I borghi marinari: dove mare, identità e comunità si incontrano
Accanto ai piccoli centri dell’interno ci sono le comunità costiere e insulari, dove il rapporto con il mare non rappresenta solamente un elemento paesaggistico.
Pesca, porti, tonnare, gastronomia, architettura, tradizioni e vita quotidiana possono costruire un prodotto differente dalla semplice vacanza balneare.
Il borgo marinaro permette di trasformare il mare da scenario a contenuto del viaggio.
Ed è questo che può contribuire ad allungare la stagione.
Il mare rimane l’asset imprescindibile.
Ma deve diventare il punto di partenza di un racconto più complesso del territorio, non il punto di arrivo.
I cluster non devono diventare nuove isole
C’è però un rischio.
Creare sei prodotti e continuare a gestirli separatamente.
Non servirebbe.
La vera forza sta nelle combinazioni.
Un turista interessato al kitesurf può visitare una cantina. Un escursionista può dormire in un piccolo borgo. Chi percorre un cammino può incontrare la cucina locale. Chi soggiorna in un borgo marinaro può dedicare una giornata all’archeologia, alla cultura mineraria o all’escursionismo.
È proprio l’incrocio tra prodotti a creare permanenza.
Una destinazione matura non dice: “abbiamo mare, vino, cammini, sport e borghi”.
Dice: “possiamo costruirti una settimana di viaggio utilizzando tutto questo.”
Ed è un cambiamento apparentemente piccolo ma decisivo. Perché significa passare dall’elenco delle attrazioni alla progettazione dell’esperienza turistica.
Anche gli indicatori devono cambiare
Arrivi e presenze continueranno a essere fondamentali.
Ma non sono più sufficienti per governare una destinazione.
Se vogliamo capire quanto il sistema ricettivo sia realmente competitivo dovremo progressivamente conoscere anche:
tasso di occupazione, giornate-letto disponibili, durata media per mercato, distribuzione territoriale e stagionale, presenze per posto letto, spesa media, prenotazioni dirette e intermediate, performance dei diversi cluster e capacità delle esperienze di generare pernottamenti.
Dovremmo anche capire quanto valore rimane sul territorio.
Perché due destinazioni con lo stesso numero di presenze possono produrre risultati economici completamente differenti.
E soprattutto dovremo osservare ciò che oggi ancora non conosciamo abbastanza: il comportamento delle seconde case, delle locazioni brevi e della componente non dichiarata.
Il CIN può rappresentare l’inizio di una nuova fase della conoscenza del fenomeno turistico.
Non la conclusione.
Prima abbiamo bisogno di far emergere il sistema. Poi dobbiamo imparare a misurarlo. Infine dobbiamo riuscire a governarlo.
Dall’emersione alla governance: il prossimo passaggio è organizzare la destinazione
Siamo partiti dalle seconde case.
E siamo arrivati alla governance.
Non è casuale.
L’emersione dell’offerta ci sta mostrando quanto il sistema turistico del Sulcis Iglesiente sia più grande, più diffuso e soprattutto più complesso di quanto apparisse pochi anni fa.
Migliaia di strutture, 24 Comuni, operatori privati, siti culturali, produttori, associazioni, guide, imprese sportive, ristoratori, enti pubblici e soggetti territoriali non possono trasformarsi spontaneamente in una destinazione.
Possono coesistere.
Ma coesistere non significa essere organizzati.
La prossima sfida sarà quindi costruire una governance capace di definire obiettivi comuni, misurare i risultati, organizzare i cluster, collegare imprese e territori, individuare mercati prioritari, sviluppare prodotti, coordinarne la commercializzazione e dare continuità alle strategie.
Il punto non è creare una struttura burocratica in più.
È creare una capacità di gestione che oggi manca tra il livello del singolo operatore e quello della promozione regionale.
Nel primo articolo siamo arrivati alla conclusione che la vera sfida del Sulcis Iglesiente fosse imparare a governare la crescita.
Questa seconda analisi aggiunge un elemento:
prima ancora di governare la crescita dobbiamo comprendere ciò che è emerso, organizzarlo e trasformarlo in prodotto.
Perché una seconda casa regolarizzata è un posto letto.
Una seconda casa inserita in un sistema di qualità, collegata a esperienze, servizi, operatori, itinerari e mercati diventa invece parte di una destinazione.
Ed è probabilmente questo il passaggio che attende oggi il Sulcis Iglesiente:
dall’emersione dell’offerta alla costruzione della destinazione.
Come farlo, con quale modello organizzativo, quali soggetti e quali funzioni dovrebbe avere una governance territoriale, sarà il tema del prossimo approfondimento.

